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I vini di Montefalco

“Chiunque sarà trovato a portar le uve acerbe o mature e non havesse vigna propria o in affitto o a lavoreccio, sia punito come se fosse entrato in vigna di alcuno et havesse colto le uve”.

tratto da "statuto comunale", IV Libro, Rubrica 2, XV sec.

 

Visitare Montefalco, una delle pochissime Città italiane nelle quali la viticoltura veniva praticata anche all’interno del centro urbano, consente di conoscere luoghi davvero singolari del paesaggio viticolo. Il circuito delle Viti storiche, permette al visitatore di rintracciare i segni dell’assetto agrario montefalchese del XV secolo che lo stesso Benozzo Gozzoli aveva tracciato negli affreschi custoditi nel Museo di San Francesco. Nell’Archivio Storico Comunale di Montefalco sono conservati numerosi documenti che testimoniano la cura con cui, in tempi ormai remoti, i vignaioli di Montefalco si dedicavano al “campo piantato a vigna”. A partire dal quattrocento le leggi comunali iniziano a tutelare in qualche modo vite e vino. La coltivazione della vite nel territorio di Montefalco risale ai tempi dei romani; Plinio il Vecchio racconta di un vino di particolare pregio ricavato dall’uva “Itriola”. Questa, comunque, non sembra possa essere identificata con l’uva “Sagrantino” che sarebbe stata portata da frati francescani dall’Asia Minore. È proprio a questa uva, coltivata solo in queste colline, che si deve la fortuna enologica della Città di Montefalco. Quasi scomparso dai vigneti umbri negli anni Sessanta, il Sagrantino è stato recuperato grazie all’impegno ed al coraggio di alcuni imprenditori agricoli e vignaioli, ottenendo così nel 1979 il riconoscimento della DOC, seguita nel 1992 dalla DOCG. Dal 2001 i vini di Montefalco sono tutelati dal Consorzio Tutela Vini Montefalco. La zona di produzione dei Vini di Montefalco è al centro dell'Umbria in un'area collinare situata in ottima posizione e dalle particolari caratteristiche geologiche. Il Sagrantino impiantato su 660 ettari registra una produzione media annua di 1,7 milioni di bottiglie, mentre il Montefalco DOC, impiantato si 430 ettari produce circa 2,2 milioni di bottiglie.

Sagrantino di Montefalco DOCG

L'uva di Sagrantino è la più ricca di polifenoli esistente, materia prima ideale per i vini di grandissima struttura e longevità. Coltivata sin dall'antichità alle pendici dei Monti Martani che degradano verso la sponda del Clitunno, trova dimora ottimale in questo territorio caratterizzato da clima mite e terreno argilloso e ricco di calcare: è infatti certo che la stessa varietà, ottenuta in altre zone, presenta un potenziale qualitativo inferiore. Per il Montefalco Sagrantino, il disciplinare di produzione prevede che siano impiegate uve Sagrantino in purezza. L’invecchiamento minimo previsto per le tipologie Secco e Passito deve essere di almeno trentatré mesi,  a decorrere dal 1° dicembre dell’anno di produzione delle uve, di cui - per la sola tipologia Secco - almeno dodici mesi in botti di rovere di qualsiasi dimensione.

Sagrantino di Montefalco – secco DOCG. E’ un vino di grande struttura ottenuto esclusivamente da uva di Sagrantino. Grazie al ricchissimo corredo di polifenoli e di tannini, questo vino ha una longevità straordinaria e necessita di un lungo periodo di affinamento nel legno prima e nella bottiglia poi. Si tratta di un vino di gran corpo, caldo e dall'intenso profumo di mora di rovo, dal colore rosso rubino molto intenso. Lega benissimo con vari tipi di carne, dal manzo al suino, dal capretto all'agnello, valorizzando anche i tipici piatti di cacciagione, quali tordi e i palombacci di passo. Si consiglia di servirlo ad una temperatura di 18°.

Sagrantino di Montefalco – passito DOCG.  Dalla stessa uva, si ottiene anche il tradizionale passito. Questa seconda versione deriva da un tradizionale processo di appassimento, congeniale a questa tipologia: le uve Sagrantino, infatti, particolarmente coriacee appassiscono per mesi senza marcire, e gli acini appassiti conservano a lungo intatta la componete zuccherina. I grappoli vengono scelti accuratamente e messi a “passire” su graticci per almeno due mesi. Quindi si vinifica fermentando il mosto con le bucce. Si ottiene cosi un vino passito molto particolare perché, pur essendo un vino dolce, rimane asciutto grazie al suo patrimonio tannico. Il Montefalco Sagrantino passito si sposa particolarmente ai dolci e dessert tipici del territorio, come “la ‘ntòrta” ( La Torta), dolce attorcigliato a base di mele, frutta secca, noci e pinoli e i “Maccheroni con le noci” o pasta dolce, che si consuma nei mesi di Novembre e Dicembre. Se particolarmente invecchiato è ottimo anche accompagnato da pecorini piccanti e stagionati. Si consiglia di servirlo ad una temperatura di 12°.

Montefalco Rosso DOC

Per il Montefalco Rosso, il disciplinare di produzione prevede un assemblaggio di uve rosse ( in prevalenza Sangiovese ) oltre, al vitigno principe, il Sagrantino. Il periodo di invecchiamento obbligatorio è di almeno 18 mesi a decorrere dal 1° novembre dell’anno di produzione delle uve, mentre, per il rosso “riserva” occorrono almeno 30 mesi di cui 12 in botti di legno. Il colore è rosso rubino vivo, i profumi sono vinosi ed intensi, ricordi di prugne più o meno mature. Al palato il vino esprime un corpo generoso e sapore asciutto, giustamente tannico, un vino strutturato ma dotato di buona bevibilità. Particolarmente consigliato l’abbinamento con i primi piatti della tradizione umbra, secondi di carne arrosto e alla griglia, Si consiglia di servirlo ad una temperatura di 16° C.

Montefalco Bianco DOC

Le principali uve utilizzate per il Montefalco Bianco DOC sono il Grechetto ed il Trebbiano. I microclimi freschi della zona di produzione favoriscono la maturazione delle uve, da cui deriva un vino dotato di fragranza e di piacevole carattere fruttato. Il suo colore è giallo paglierino con lievi sfumature verdoline, i profumi freschi e composti, con richiami a fiori bianchi e a frutti, mele in particolare. Al gusto il vino esprime sapidità e freschezza con buon equilibrio delle componenti.
Agli aromi ed ai sapori conferiti dal Grechetto, si accompagna la nota di freschezza tipica del Trebbiano. Il bianco può essere abbinato con antipasti magri, minestre in brodo e asciutte, pesce e carni bianche. Si consiglia di servirlo ad una temperatura di 10°.

Un pò di storia

Una rara notizia su un'uva pregiata che può interessare la zona ce la offre, nell'antichità classica, Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale, quando trattando dell'argomento ricorda l'uva Itriola che veniva prodotta nel municipio di Bevagna e nel Piceno: «Itriola Umbriae Mevanatique et Piceno agro peculiaris est». La denominazione, che non ha più riscontro successivamente, ha dato luogo a numerose dissertazioni in merito. Infatti, fin dal 1596, Andrea Bacci identificava la Itriola con la Passerina (o uva di Corinto). Successivamente, il Dalmasso tentava una spiegazione del nome facendolo derivare dal greco trptov, che qualificherebbe l'uva, da lui identificata con Passolina, per la sua grande dolcezza. Secondo il Bunbury, sarebbe invece il Pizzutello, mentre il Billiard si è limitato a classificarla nel gruppo C delle uve da vino. Recentissimo è l'accostamento che se n'è fatto, dall'archeologo Carlo Pietrangeli, con l'uva Sagrantina da cui si estrae il tipico «Sagrantino» di Montefalco: e ciò tenendo conto che il territorio di Montefalco, nell'antichità, faceva parte del municipio di Mevania. In effetti è questa l'uva che sembra corrispondere esattamente alle caratteristiche sopra esposte.

Dal XI al XIII secolo

Subito dopo il Mille, la cultura della vite — e quindi la produzione del vino — è ampiamente documentata. Una rapida scorsa, nei secoli XI-XIV, può essere utile per dimostrare un'antica tradizione vitivinicola mai venuta meno. Nel giugno 1088, in una donazione fatta da alcuni abitanti di Fabbri al «servus Dei» Bemardo, di quanto apparteneva loro della chiesa parrocchiale di S. Angelo, si precisa «cum terris et v ine i s», e vi si dice ancora che lo stesso Bemardo, aggiungendovi le sue «terre et vi ne e», donò a sua volta tutto all'abbazia di Sassovivo. In un documento dell'abbazia farfense, che fa riferimento alla nostra zona, e precisamente alla Valle di S. Paolo, sotto il castello di Fabbri, del luglio 1113, in cui si stabilì una permuta di terre, fu specificato: «Pro qua commutatione recepì terram et vineam prefatae ecclesiae in Valle Sancti Pauli, sicut fuit nostra'' convenientia», «quandocumque et ubicumque opus fùerit ipsam terram et vinca m minime defenderimus». Il 9 febbraio 1204, un certo Andrea, insieme alla moglie Casalina, vendette ad Angolarlo giudice di Coccorone (Montefalco, dal 1249) una «petiam terre vincale in curtis castri Coronii, in loco qui dicitur Vagiano» (nell' alto medioevo: Varianum, corte dei duchi longobardi di Spoleto, che corrisponde all' odierna località San Fortunto). In un altro atto del 13 aprile 1205, una donna di nome Scolta vendette quattro pezzi di terra allo stesso giudice Angelario in località Turri, fra cui uno detto: «aut in Molgis, aut ad Fontanellam, vel v i n e a». Il 4 settembre 1209, il giudice Angelario emise una sentenza nella lite vertente fra Atto economo della chiesa di S. Donato di Buiano e Accurziolo, in quanto «Acto petebat ei Accusuro tres modiolos terre et vince dicens eum iniuste tenere». Il 2 aprile 1211, certo Bonante permutò con maestro Angelario un terreno sotto Turri: «v i ne e que est post Turrium», con altre terre, fra cui «partem pastini quod est subtus domum Rubulini»; il pastine come si sa è una vigna piantata di fresco. Il 5 giugno 1221, il monastero benedettino di S. Maria di Turrita, e per esso il priore Egidio, fu immesso in possesso di una vigna sotto Fabbri, in territorio di Trevi: «terram et vineam existentem in vocabulo de Arsitali in territorio trebano». Che la cultura della vite agli inizi del secolo XIII fosse in grande sviluppo ce lo dimostra un documento del 10 giugno 1222, con cui l'abate di Mandano di Trevi e il priore di S. Maria di Turrita dettero a «lavoreccio», cioè a mezzadria, un terreno, e precisamente «ad pastinandum et bene cultandum, donec vinca ibi durare poterit in bonitate». Il 19 aprile 1231, fra le testimonianze circa i beni dell'ospedale di S. Manno «della Selva Mattutina» (oggi La Selvetta), leggiamo: «dominus Petrus defert ad domum eius bladum et vinum hospitalis»; e ancora: «bona hospitali Sancti Manni sunt bene cultata et laborata, scilicet quod vinca estpotat a». Successivamente le menzioni di terreni coltivati a vigneto abbondano. Sceglieremo soltanto altri riferimenti che appaiono particolarmente significativi. Ed assai importante è una concessione in enfiteusi di una vigna da parte del priore benedettino di Turrita a Gentilone di Diotidia e a Masseo di Diotisalvi, con queste condizioni: «Dando et reddendo annuatim, nomine incessu (leggi: incensus) et pensionis predicta vinca medietatem vini puri qui erit in dieta vinca, hoc modo, scilicet deviando in torcularibus vis ad voluntatem ipsius rectoris vel eius nuntii quam vel ipsius nuntium requirere promiserunt tempore v inde­mi aru m, et dare, annuatim, conmedere nuntio diete ecclesie du m vindemiabitur ipsa vinca et prò capucanali unumparumpullorum..». Altro contratto del genere l'abbiamo sotto il 12 febbraio 1252, concedente sempre lo stesso priore: «dedit et concessit Scagnio et Benvinuto Egidii quandam petie terre ipsius ecclesie v i n e a t e ad laboritium donec in ipsa terra vinca durabit, quam v i n e a m promiserunt, ipsi priori prò ipsam ecclesiam recipienti, bene laborare ad usum boni laboratoris et reddere ei medietate mus ti omni anno donec ipsam vinca stabit in dieta terra, aliam medietate habeant ipsius prò eorum laboritio, et promiserunt dare ei omni anno prò capucanale sedecim denariorum». Ed ancora, il 29 settembre 1258, sempre il priore di Turrita locava un terreno con questi patti e condizioni: «... dedit, cessit atque locavit Angelo luliani duodecim staria terre ipsius ecclesie adpastinandum v ine a m in dieta terra et bene laborandum et bene cultandum, donec vinca in ipsam terram durabit, sine fraude... qua terra promisit dictus Angelus ipsius priori pastinare vinca m et adievare et ipsam bene colere et laborare ad usum boni laboratoris et reddere et readsignare nuntio diete ecclesie medietate omnium fructuum diete terre et medietatem m usti puri et ad guatici i aliam mediatatem...». Nel 1289, il 20 novembre, l'abate di Sassovivo concedeva a mezzadria un terreno in località Gallo, con i seguenti patti e condizioni: «promisit dictam terram bene laborare et cultare, et ponere vinca m per totum, hinc ad duos annos proximos et ipsam v i n e a m bene laborare et custodire usu boni laboratoris et rendere medietatem fructuum diete vinie, silicet v i n i puri et aquatitii.. et dare annuatim prò capucanalis tempore vendebiarum VIden.et non vendebiare nec pistare sine voluntate et requisitione dicti domini abbatis...». Come si può vedere, i contratti con il passare degli anni diventavano sempre più precisi, più descrittivi, più analitici. Gli stessi rapporti tra concedente e mezzadro si andavano meglio delineando. Successivamente i documenti si moltiplicano.

Dal XIV al XVI secolo

Ma non vogliamo tacere di una ulteriore locazione, assai più impegnativa delle precedenti, concessa dalle monache benedettine di S. Benedetto del Poggiolo a Simone di Giacomo da Montefalco, il 19 ottobre 1315: «... dederunt, concesserunt et locaverunt... imam petiam terre dicti monasteri!, ad pistonandum et v ine a m p o nendum et adievandum, positam in districtu Montisfalco, in asio Paludis, in vocabulo Pontis Turris ...Promisit dictus Symon prò se et suos heredes... dictam terram locatam vineanda etpastonanda bene cholere et laborare ad usum boni laboratoris et ipsam terram pastonare, v i n e a m in ipsa ponere et plantare, accrescere et allevare, potare, pappare, palare, ligure, occhare, aracholglere, scioccare, affossare, assepare et claudere et custodir e, vendembiare, uva m pisstare omnibus ipsius Symonis subtus et expressus et recidere nuntio dicti monasterii et dominarum ipsius monasterii medietatem omnium fructuum, silicet m u s s t i, acquatica, saramentorum et aliorum lignorum in dieta vinca exientibus in vinea predicta». Questo atto è oltremodo interessante perché vi troviamo elencate, con un periodare che sa quasi di cantico liturgico, tutte le operazioni necessario per la piantagione di una vigna, la sua coltivazione, la produzione del mosto e perfino ... dell'acquaticcio, una acquetta di oggi, ottenuta dall'ultima spremitura dei vinacci con l'aggiunta di acqua.
Anche il commercio del vino è abbastanza documentato già nel secolo XIII. Il 30 marzo 1290, il priore Giovanni di S. Maria di Turrita promise di pagare a certo Paolo di Compagnone, al termine prefisso e a sua richiesta, la somma di 36 soldi cortonesi, prezzo di «q u a t u o r bruccarum v i n i». L'8 febbraio 1302, maestro Andrea di Compagnone rilasciò quietanza a Raino di Venutone, « ...de duobus cestonibus plenis grani et de uno cestone quasi medium grani, de uno cestone cum fabis, de duobus vegentibus vini, qualiter una piena et alia cum pauco vino et de uno sacco pieno panici». La vegenta, altro non era che la nostra botte, o forse meglio botticella. Il 4 gennaio 1507, Niccolo di Bamaba dichiarava di essere debitore del notaio ser Paride di ser Giacomo (Piperoni) della somma di venti fiorini e due bolognini, ricevuti per poter esercitare il commercio del vino («exercere traficare in arte vini»). Inoltre, il 5 ottobre 1506, Bernardino di Cola Corraducci dichiara avanti ad un notaio che da quando aveva raggiunto l'età di quattordici anni egli aveva lavorato e sudato nel potare viti che poi fruttificarono nelle possessioni di suo padre: «semper, post quam pervenit ad verilem etatem quatuordecim annorum, semper laboravit et eu sudaverit in plantado arvores vites...». Per vedere quale importanza avesse nella libera vita comunale questo settore dell'agricoltura e dell'economia locale, bisogna considerare gli Statuti, le leggi che regolavano la respublica anche nei minimi particolari. E pur tenendo conto che essi ci sono giunti nella veste della loro ultima revisione del 1424, il buon senso e molti indizi specifici ci assicurano che gli Statuti mantenevano norme giuridiche, usi e costumi assai più antichi. Il IV Libro, quello intitolato «Sopra i danni dati», dedica diverse rubriche alla coltivazione della vite e al suo prodotto, rivelando cosi tutto l'interesse di voler mantenere e difendere un prodotto tipico locale di eccellente qualità e di grande pregio sul mercato, nell'intento di valorizzarlo al massimo. Eccone i testi relativi, tolti dalla traduzione volgare ordinata dal Comune al Doti Giovan Francesco Guarini nel 1692. Rubrica 2. della pena di chi da danno nella vigna. Niuna persona di Montefalco, o suo distretto ardisca, o presuma d'entrare nella vigna di veruno in pena di 10 soldi. E nondimeno in qualsivoglia de' casi predetti, paghi per ogni graspo, che bavera colto insino a tré graspi, due soldi; da indi in su paghi cinque soldi per qualunque graspo. Se poi havrà colte l'uve delle pergole, sia punito di simil pena, come se fosse entrato in una vigna. E chiunque sarà stato ritrovato portar l'uve acerbe, o mature, e non havesse vigna propria, o in afritto, o a lavoreccio; sia punito, come se fosse entrato in vigna di alcuno, et havesse colto l'uve, se non havesse provato, che dette uve gli fossero state date da alcuno. E qualunque sarà stato trovato portar'una forcinella, o mordacchia, o pertica atta a coglier l'uve, o altra cosa simile; si punisca come se havesse colto l'uve. Li minori di 10 anni sino in sette giudicati dall'aspetto per detto Notaro in detti danni dati si puniscano in meza pena. Ma se da sette in giù, niuna pena paghino. Et in tutti i casi, ove si tratti de' danni dati con bestie, o senza bestie, il padre sia obbligato per il figlio, et il padrone per il servitore, mentre che le sudette cose non habbian luogo ne' i danni dati, cioè nelle predette vigne nelli mesi di Novembre, Decembre, Gennaro e Febraro. Rubrica 6. Della pena di chi porta i pali dalle vigne altrui. Nessuna persona ardisca, o presuma cavar, o portar pali novi, o vecchi dalle vigne altrui del distretto di Montefalco, o d'alcun d'essi, in pena di 25 soldi per ciascuno, e per ogni volta; e qualsivoglia persona s'intenda haver portato via i pali da esse vigne, che sarà stata ritrovata portar, o haver i pali nelle pertinenze d'esse vigne; se non fossero i pali di colui che li portasse alla sua vigna, o che l'avesse a lavoreccio. E eh'il Notaro de' danni dati sia tenuto fame inquisizione in qualsivoglia mese, e quei che per mezo d'inquisizioni havrà trovato detti delinquenti, debbia di fatto punire, et esiger le suddette pene, e farle pervenir nel Comune, in pena di dieci libre di denari del suo salario. E ciò non habbia luogo in quei, che li portaranno dalla vigna propria, o in affitto. Rubrica 12. Della pena di chi vende l'uve senza licenza. Niuna persona ardisca, o presuma di vender in Piazza del Comune di Montefalco, o in altri luoghi l'uve acerbe, o mature, senza licenza del Notaro de' danni dati sotto pena di dui soldi per qualsivoglia graspo. E qualsiasi possa accusare, e denunziare i contrafattori, et habbia la parte del danno. Et il Notaro faccia l'inquisizione ex officio. Sia però lecito ad ogn'uno vender l'uva co' licenza di detto Notaro. Rubrica 13. Nessuna persona porti l'uve sopra tre graspi. Nessuna persona di Montefalco, o di suo distretto ardisca, o presuma dell'uve proprie, o di altrui cogliere, ne portar avanti le vendembie sopra tré graspi in pena di cinque soldi per qualsivoglia graspo, oltre la pena dichiarata di sopra; e qualunque possa denunziar, et accusar i contrafacenti, et habbia la parte del bando. E detto Notaro debbia solennemente inquisir delle suddette cose, e d'altre sopra nominate persone danneggiami per due volte la settimana dal primo di luglio sino al primo d'ottobre, almeno, in vincolo di giuramento, e CX libre del suo salario; et in detta pena sia punito qualunque estrarrà fuori del distretto di Montefalco l'uve. Nell'economia locale, la cultura della vite e la produzione del vino, promuovevano anche altre attività collaterali di qualche importanza. Ad esempio, abbiamo notizia di un certo Giovanni di Angelo da Visso, «magister bigon^orum», che si trasferì a Montefalco per esercitarvi la sua arte; il 19 gennaio 1493, prese in prestito 5 fiorini per tale motivo: «causa exercendi et traficandi in arte bigonorum et botorum, quam artem ipse exerceat ad licitam partem lucri». Il vino, naturalmente, rientrava sotto molti aspetti nei discorsi quotidiani, tanto è vero che il notaio Girolamo di Francesco di Santuccio (Calvi), in un suo bastardelle, tra altri appunti e memorie, sotto il 14 aprile 1500, annotò: «Fò rasionamento tra molti che lo zaffarame valesse fiorini tré: et mò vale fiorini 12: et che lo vino valesse fiorini tré, mò vale fiorini dui. Alfonso diciva lo vino fiorini tré et lo zaffarame fiorini tré, io non lo crediva»27. Con il Rinascimento, le notizie si fanno più interessanti, significative e numerose. Ne scegliamo alcune. Il vino era un elemento così importante nella vita economica e sociale, un prodotto di così alto valore, da far sì che venisse tenuto nella più alta considerazione. Ad esempio, nel testamento di certa Letizia, già moglie di Cristoforo di Angelo di Petrone, rogato dal notaio Leonello Bontadosi il 13 maggio 1502, fra i numerosi legati, troviamo: «Item reliquit ecclesie Sancte Illuminate et moniales Sancti Leonardi imam sa Ima m m usti prò quolibet.. Item reliquit et voluit quod infrascriptì sui heredes teneantur et debeant dare amore Dei pauperibus diete terre, tribus annis post mortem ipsius testatricis, in festo Ascensionis Domini nostri lesu Christi, unam mezengam panis et unum barile vini... Item reliquit ecclesie Sancte Marie Angelorum de Assisto unam salmam m usti... Item reliquit quod infrascripti sui heredes teneantur et debeant dare fratribus Sancti Augustini, in festo sancte Mariae de mensis augusti libre decem camium, libre decem panis et quinque/o liectas vini prout patet ex testamentum Antonii sui patris»28. Il 12 giugno 1540, il cardinale Legato di Perugia, con lettera datata da S. Maria degli Angeli, ordinava una tassa in viveri alle terre della sua legazione, da raccogliesi il giorno 14 successivo; Montefalco ebbe l'ingiunzione di fornire 2.000 libre di pane e 40 barili di vino»29. Che la produzione del vino assumesse grande importanza nella vita del Ubero comune è dimostrato dal fatto che ogni anno, dal 1540 in poi (ma ciò avveniva anche prima) il consiglio comunale stabiliva con rigorosa ordinanza la data di inizio della vendemmia, come fece il 28 agosto di quell'anno: «Quod nulla persona possit vendemiare usque ad X3 dies mensis sectembris. — Item (spectabilis et prudentissimus vir ser Marcellus Moriconus) suum prosequendo dictum dixit et consuluit, quod nemini sit licitum, et nulla persona cuiuscumque gradus, conditionis, vel priminentia sit, tam de Terra Montisfalchonis quam de eius comitatus et districtus, audeat nec presumat vendemiare nec vendemiari facere usque ad decem dies de mense septembris presentis anni, et quatenus contrafecerit incidat in penam duorum florenorum prò quolibet contrafacientes, que pena prò tribus partibus applicetur nostre Comunitatis, alia quarta pars applicetur executori excutionem facientem. Quod consultum servatis servandis, more solito victum, obtentum et reformatum fùit per palluttas triginta repertas in bussala alba, del sic, unam in contrarium non obstante. Del sic: 30, del non. 1. Per il periodo precedente, ci risulta che, il 23 settembre 1521, il podestà di Montefalco (Girolamo Verisi da Visso) aveva fatto arrestare Bernardino detto Bizzarro figlio di ser Nicola, perché aveva vendemmiato avanti la data stabilita dallo Statuto («venebiavit ante terminum Statuti»). Per ottenere la libertà provvisoria dovette dare un pegno in anello d'oro31. Ed il vino, naturalmente, era il prodotto che con più frequenza veniva offerto in dono, anche ad illustri personaggi, e persino al papa. Nei registri contabili del Comune, fra le spese, troviamo spesso notizia di tali omaggi; ad esempio sotto il 31 ottobre 1544: «Mariocto prefato fuit facta bollecta quia det et solvat loan lacobo Bastiani prog r eco condonato S.D.N. [Paolo III, Farnese], bononenos 8. Mariocto prefato fuit facta bullecta quia det et solvat Cichone Besacce, prò vino greco condonato S.D.N., bononenos septem». Altro vino spedito in Perugia al cardinale Legato venne pagato il 31 dicembre: «Mariocto prefato fuit facta bullecta quia magistro Cole Faccenne det et solvat baiocchi triginta sex prò mercede asportatione vini Perusium Reverendissimo Legato [card. Ascanio, Parisani da Tolentino], prout in libro crediti ad e. 38, videlicet — ba. 36». U vino di Montefalco, molto evidentemente, piacque anche al successivo rettore della provincia, il cardinale romano Tiberio Crispo, perché ne fu inviato anche a lui, come risulta dai seguenti pagamenti: 24 ottobre 1546 - «Ser Persio prefato fuit facta bullecta quia det et solvat Franciso Pauli prò asportatione vini in civitate Fulginei, M. D. Francesco Castagna — b. 15»; altro pagamento simile è registrato sotto la data 31 ottobre; in fine sotto il 30 giugno del 1547: «Famulo monasterium Sancte Marie Magdalene, baiocchi quatragintasex cum dimidio inter ambos, prò victura potantibus vinum Fulginei prò commissione domini Francisci Castanea prò reverendissimo Legato —— b. 46». Altro vino venne spedito dal Comune in dono al Legato, cardinale Giulio Feltrio della Rovere, in occasione della venuta in Assisi del Duca di Urbino: 1553, agosto 18 -«Magnifico Domino Capitaneo Angelo de5 Nobilibus primo priori, prò vino vendite nostre comunitatis, prò quatuor onoforis vini condonati reverendissimo et illustrissimo domino Legato in adventu eccellentissimi Ducis Urbini in civitate Asisii, baiocchos duodecim cum dimidio. - Domine Faustine ser Hieronimi, prò duobus honoforis dicti vini venditi nostre comunitati in adventu eccellentissimi Ducis Urbini in civitate Asisii et ibidem asportati, baiocchos sex in denarios quinquaginta. - Magnifico domino Auriano de9 Cuppis», idem come sopra per baiocchi 16; e seguono altre simili spese33. Montefalco nel 1560 fu dato in governo perpetuo al cardinale Girolamo Simoncelli di Orvieto, e malgrado tutte le resistenze opposte, alla fine tale soggezione — che per la verità durò soltanto qualche mese — fu dovuta accettare. Ne troviamo il riscontro nei soliti registri contabili, in cui venne annotata la spesa seguente: «Magnifico domino Hieronimo Magonio lucumtenenti [per il cardinale Simoncelli], flor. decem et novem et baiocchi vigintiquinque prò eius salario et servitio mensis aprilis 1560, ex quibus fl. 19 etba. 25 retineat...; ba. vigintiunum prò tot tarantelle et duobus flaschis vini condonati Auditori reverendissimi Simoncelli....»34. Il vino pregiato di Montefalco era ormai, in pieno Rinascimento, così noto e così apprezzato, che Cipriano Piccolpasso, provveditore della fortezza di Perugia, nel 1565, allorché fu incaricato di stendere una precisa relazione di tutti i luoghi dello stato della provincia dell5 Umbria, nel parlare di Montefalco si espresse in questo modo: «... Il luogo è bello, posto sopra un colle molto vago et di bellissima veduta, raccoglie dilicati frutti et grano et vino da ve ridare...»', e ancora: «Questa terra è posta sopra un colle che ha più del selvaggio che del domestico a vedere, se ben poi si rende tutto ameno ne l'avvicinarsi al luoco, perché è ornato di b e 11 e et buone vigne, coltivati terreni et di gran frutto, ^delicati v i n i et benissimo grano, che l'uno et l'altro è d'avantaggio al numero delle genti; i frutti sono quivi perfetissimi et in gran copia»35. Siccome la relazione del Piccolpasso era destinata al papa, possiamo considerare la citazione come primo riconoscimento ufficiale degli squisiti vini di Montefalco. Nel consiglio comunale del 23 Luglio 1565 fu disposto, tenuto conto che il governatore di Perugia aveva restituita la tazza d'argento offertagli dal Comune, di mandare in dono allo stesso, «per aver egli molto favorito la nostra Comunità nelle vertenze con le comunità di Foligno e di Trevi», 25 paia di polli, 25 paia di piccioni e 30 fiaschi di vino»36. Tali omaggi in generi commestibili, e particòlarmente in vini, dovevano essere di uso comune, perché ritroviamo ancora una delibera del consiglio, del 22 gennaio 1576, in cui si stabilì: «Che li Signori Priori con li detti dui huomini habbiano auctorità di presentare sua signoria reverendissima [il governatore di Perugia che era allora Ottavio Santacroce] de pulii, confetti, cere, et vini, secondo che ad loro signorie parerà per sinu alla summa de quindici scudi et non oltra», votata con 34 sì e 12 no37. Altre notizie importanti le abbiamo dal fattore delle monache di S. Leonardo, Giovan Simone Moriconi (1514-1588), il quale nel periodo del suo impegno, iniziato nel 1558, in esattissimi registri, tenne particòlarmente conto dell'azienda agraria monastica. Dalle sue annotazioni togliamo soltanto il riferimento ad un fatto pernicioso per le piantagioni di viti, e cioè la gelata avvenuta nell'inverno del 1586, che lasciò per molti anni traccia nella produzione del vino e nell'economia in generale. Eccone il racconto con le sue stesse parole: «Memoria como lo inverno del 15 86 per il ghiaccio et neve et freddi ( et il giorno il sole distacca la neve et il giaccio et la notte di uovo argiacciava) a secchi li piantoni universalmente, molti a fatto et molti hanno arepullulato et arcachiato per li rami grossi più che le frasche ma le olive buse et le correggiole cusì chiamate non hanno hauto male. Et in un medesimo campo et li harbori vicini quattro passi uno s'è fatto secco et bisognato da piede tagliarlo per far foco et l'altro arpullulava poco o niente et l'altro poco o niente ha male. Ma de oliva la maiur parte starà quattro anni avanti ne faccia. Le pergole et le olive hanno patito più per li lochi bassi. Le pergole se sonno secche et le chiuse intiere et molte hanno arcachiato da piede et le bestie Fanno rose. Quelli che areponevano cento some de m u s to anno reposte queste vendemmie del 1586 sei some de m u s t o et per lo piano de Trevi ce sono stati de quelli che areponevano cento some de m u s t o non hanno recolto una soma de uva. Ha secchi li lauri li fichi li cerqui i spini et altre sorte de arbori. Ha dato bon fianco che c'era molto vino vecchio (et) è valuto 25 et 26 pauli la soma»38. Come si vede bene, se il buon fattore nella descrizione del danno da la precedenza agli olivi, quando poi va a fame la valutazione sceglie come metro le viti, il mosto e l'uva. Certamente da tale flagello le piantagioni viticole dovettero riaversi con molta difficoltà e dopo molto tempo; ne è prova forse il severissimo bando emanato il 16 agosto 1622 dal cardinale Boncompagni, Legato di Perugia, che aggravò di molto le penalità già stabilite dallo Statuto comunale, prevedendo perfino la forca per coloro che tagliavano le viti, certamente per favorire la ripresa di una produzone già fiorente, e purtroppo a quei tempi decaduta. Ecco lo stralcio del bando che ci interessa: «E se alcuna persona tagliasse la vite d'uva, incorra nella pena della forca. E perché all'alberi, e vite sogliono ben spesso fare maggior danni li bestiami; però per la conservazione dell'alberi fruttiferi, e vite, che sono nelle vigne, giardini, horti,e pastini ..... S. S. 111. ma ordina, e comanda, che entrando nelle vigne, e giardini.... bestia alcuna grossa, incorra nella pena di uno scudo per ciascuna bestia grossa, e di due giuli per bestia minuta ....»39.

Dal XVII al XX secolo

Nel corso del secolo XVII la produzione era senz'altro ripresa, tanto che il dott. Antonio Bennati ( f 1675), nella sua storia di Montefalco, apre con queste parole: «Montefalco, luogo dell'Umbria situato nella provincia del Ducato di Spoleto; non distante dalla medema più di miglia dieci. In colle ameno, e disgiunto da monti. Di aere salubre, e contemperato, per le complesioni humane circondato da frutdreri, et ameni campi, di olive, d'ottime uve ripieni ...»40. Il 28 maggio 1703 il comune di Spoleto ordinò un pubblico ufficiale bando per soddisfare un voto fatto per la liberazione dai terremoti per cui in tal giorno si dovesse effettuare un pio pellegrinaggio alla tomba di S. Chiara di Montefalco. «Terminata la processione ... monsignore andò a S. Francesco, li canonici nel Palazzo de' Tempestivi e li Priori andarono a pranzo al Verziere de Calvi; la Comunità (di Montefalco) regalò quella di Spoleto di moscati et altri vini e confettioni, e la sera tornarono con gran loro contento a Spoleto»41. Nello stesso anno, il 22 settembre, la Sacra Congregazione del Buon Governo, con lettera spediata da Roma al vescovo di Spoleto volle regolata la vendita di vino effettuata dai frati Minori Conventuali di S. Francesco, i quali avevano estese proprietà terriere e le più vaste cantine di Montefalco. Eccone il testo: «Ogni volta che li frati di San Francesco di Montefalco vendono il vino al minuto e danno commodità di beverie, nelle case o cantine dove si vende, sono tenuti al pagamento della gabbella della foglietta, poiché in tal caso non suffraga loro privilegio di sorta alcuna, come altre volte è stato ordinato con partecipatione di Nostro Signore; onde V. S. in tal guisa ne dovrà dare gli ordini opportuni senz'attendere alcuna Inhibitione, purché non sia spedita in vigore di commissione segnata di propria mano di Nostro Signore, e Dio la prosperi»42. Nell'Ottocento possiamo ricordare come il Calindri, nel suo «saggio» sullo Stato Pontificio, citi Montefalco per i suoi vini43- Siamo giunti così ai tempi nostri, in cui alla chetichella comincia ad apparire il «Sagrantino», il vino tipico locale, la specialità per eccellenza, di cui non si riesce assolutamente a stabilire l'origine del nome; il quale non compare mai nei documenti antichi: quindi possiamo dire che almeno il nome sia moderno, anche se le persone molto anziane assicurano di averne sempre sentito parlare, anche dai loro più vecchi antenati. In ogni modo nella documentazione questo nome non compare mai. Per cui se ne deve dedurre che se la denominazione sia relativamente recente, il vino dev'essere antichissimo, e che laltriola dei romani, il vino greco del Rinascimento offerto a papi e principi, i vini moscati del Settecento debbano in fondo riconoscersi con l'odierno Sagrantino montefal-chese. Esso, insieme agli altri vini pregiati del luogo, ebbe un grande ricono­scimento alla Esposizione Umbra di Perugia del 1899, che ne rilanciò il prodotto su scala commerciale, e diede a Montefalco un nome ed un posto non indifferente, di cui ancora oggi si sentono gli effetti44. Nel 1915 il dott. L. Fronzi, per la prima volta, pubblicò uno studio del vitigno e del Sagrantino, tentando anche di spiegarne l'origine. Egli così si espresse: «II Sagrantino di Montefalco è tutto proprio di questa zona collinare umbra, del territorio di Montefalco, che si estende sopra una serie di colline da quattrocento a cinquecento metri sul livello del mare, leggermente degradanti lungo la ricca pianura spoletina. È rivestito di oliveti specializzati, da vigne, raramente da albereti. Il suolo è propizio e bene si presta per tali colture legnose. È argilloso calcareo, talvolta anche argilloso calcareo siliceo, a sottosulo ora profondo ora frammisto a ghiaia. Nulla si sa con certezza sulla origine di questo vitigno, il Sagrantino, non avendone gli scrittori di cose agrarie che già furono, o contemporanei lasciataci alcuna notizia intorno ad esso. La più parte degli agricoltori propende nel ritenere che non sia una varietà locale bensì importata, forse da uno dei numerosi seguaci di S. Francesco di Assisi, i quali qui, da ogni parte d'Italia affluivano per condurre una vita di espiazione e di penitenza. E i giovani monaci in questa terra ospitale, indossato il rozzo saio, nelle ore di ozio si davano alla coltivazione dei loro orti e dei loro giardini, nei quali avevano cura di importare le varietà più pregiate dei fruttiferi dei propri paesi, che avevano imparato ad assaporare. Osserviamo infatti tuttora che i beni, già di corporazioni religiose, sono disseminati di ottime e molteplici piante da frutto. Facile è immaginare il come una varietà una volta importata, mano a mano abbia oltrepassata la cerchia claustrale, e il come siasi diffusa un po' dappertutto nel territorio montefalchese. Dimodoché ad alcuni agricoltori, i quali si erano rivolti alle nostre più accreditate case agricole per avere delle scelte varietà, è capitato vedersi arrivare fruttiferi già da loro posseduti, che conoscevano sotto altro nome e che non tenevano in grande considerazione, perché non ne avevano fino allora notati i pregi. In tal maniera, può darsi, sia stato qui importato il Sagrantino. Nelle terre a questa convicina non è affatto coltivato: solo ora si va diffondendo, ma lentamente. La ragione possiamo forse trovarla nel fatto che è il Sagrantino un vitigno a scarsa produttività, esigente ricche e complete concimazioni. Fino al giorno d'oggi gli agricoltori, si può dire, hanno avuto di mira più la copiosa fruttificazione delle viti, che la bontà delle uve. Ecco a parer mio; le cause che più hanno contribuito alla sua limitata diffusione». Fin qui il Fronzi45. Quest'ultimo notevole incremento della coltivazione della vite e della produzione del vino, e del Sagrantino in particolar modo, toccò il suo apice con una grande Mostra vinicola regionale tenutasi proprio a Montefalco, dal 13 al 20 settembre 1925, in cui furono esposti oltre 200 campioni di vini, «distinti in vini comuni da pasto, bianchi e rossi (130 circa), in vini fini (circa 30), ed in vini speciali (circa 50)»: vi parteciparono numerosi produttori locali, e suscitò i maggiori consensi ed entusiasmi. Nel discorso inaugurale, il prof. Francesco Francolini poteva dire: «Questa modesta e semplice festa del lavoro, che il Municipio di Montefalco e la Cattedra Ambulante dell'Agricoltura coadiuvata dalle Sezioni hanno voluto organizzare nel centro vinicolo più importante della Regione, è una manifestazione tangibile ed eloquente di quanto l'agricoltore umbro sa produrre nel tranquillo e silenzioso lavoro dei campi... Di tutta la regione la zona Collepiano di Montefalco occupa il 1° posto nella cultura del vigneto specializzato (Ett. 713), con un prodotto medio annuo di 65 quintali di uva per Ettaro». Come ultima notizia, appartenente già alla fase decadente, va ricordata la prospettata ipotesi di una comune possibile origine del Sagrantino e dell'Heiden — un'uva ed un vino che si producono in Svizzera nel Cantone Italiano —, da far pensare ad una importazione dei Saraceni durante le loro invasioni della penisola 47. Ma sia l'accostamento che la spiegazione non sembrano plausibili. Per concludere questa rapida e certamente non esauriente ne completa carrellata storica, piace riportare un sonetto di un simpatico poeta dialettale folignate, Giulio Giuliani, il quale volendo celebrare Montefalco con la sua vena estemporanea, circa trentacinque anni fa, quando la retorica andava di moda, non trovò elemento più significativo e rappresentativo del suo vino: MONTEFARGU Tè la vidi apparì come 'na póccia che se gonfia de sopra a la pianura e lu paese, accima de la roccia, saria lu capurellu. La virdura dell'uln e de li pampini, che sboccia p'ogni situ, tè manna la friscura e l'odore tè spanne d'una còccia de fiuritti crisciuti all'aria pura. Montefargu è 'na forte e bella valia che t'allatta e tè da sugu divinu, un latte arinomatu in tutta Italia, un latte che si chiama Sacrantinu e, dèlio, sughi sempre e vai a risusci... finché li nasi non se fanno rusci.