C'è un Quartiere, a Montefalco, rimasto intatto nel lento trascorrere dei secoli, dove, più che altrove, permangono i segni d'una vita antica, le voci dei "mestieri", delle "arti", del "faticare" consueto d'una gente minuta, ignorata dalla Storia ma che, al contrario, ne influenzò i giorni futuri. Qui si percepisce il respiro profondo del Passato, che si unisce a quello del Presente. Tra le mura di conci rosati, lungo i vicoli stretti, protesi a guadagnare la gran luce della Vallata, poche viti di Sagrantino. Tenaci, restano a segnare, nella continuità dei gesti e delle tradizioni, la sutura tra le epoche. Ancora opulente ad ogni vendemmia, esse raccontano di un'antica presenza di vigne domestiche cinte dai muri alti degli orti o aperte al sole sulle terre feraci del Castellare, testimoniando l'amore ininterrotto e costante, la predilezione duratura di Montefalco per questo vitigno che ne è simbolo, ricchezza, orgoglio. Seguirne le tracce attraverso il groviglio delle case strettamente addossate ai contrafforti avvolti da aloni d'ombra, è addentrarsi in un territorio ideale e ritrovarvi, nella rara simbiosi tra vite e pietra, la suggestione della presenza umana, come restituita al quotidiano del Tempo.
Così, lasciata alle spalle la Piazza del Comune, cuore del "Castrum" originario delle cui mura non resta più traccia certa, discendendo una viuzza di selci (Vicolo degli Operai), ci addentriamo nel medievale Castellare. Fu questo, dapprima, un girone di terre argillose delimitato da fumanti Carbonare, che cingeva oltre le mura l'abitato: come un borgo 'franco' su cui gli abitanti del Castello di Coccorone e quelli delle vicine campagne s'incontravano per i loro traffici, i loro scambi. Presto, un po' '... per la frequenza delli habbitatori che via più vi concorrevano...', un po' per la preziosa presenza d'acqua sorgiva, esso si popolò di un'umanità laboriosa che vi svolgeva la propria esistenza tra il fitto degli orti, delle capanne, dei casalini, protetti contro ogni minaccia estema, da una nuova, più munita cerchia di mura. 'Tnter illos duos muros' fu compreso anche un luogo di fede e di preghiera già eretto, in prossimità del Castrum, dalla pietà religiosa d'una comunità rurale: la Chiesa di S.Bartolomeo. Così, come la Chiesa, venne chiamata l'ampia Porta innalzata in mistici conci tra le mura. Il suo Sesto ogivale, sfiorato dall'arioso respiro della Valle Spoletana, s'aprì dinanzi a terre che avevano già ospitato patrizie Ville romane e pingui latifondi prodighi di grano; contemplò il bosco di elei secolari che avvolgevano in un manto di mistica quiete la Pieve in cui da secoli riposava Fortunato, il Santo agricoltore, che dalla nuda terra del suo 'agellum' aveva miracolosamente fatto fiorire un nodoso pungolo per i buoi e, nei suoi pressi, vide la Rocca Longobarda da cui Grimoaldo Rè e Lupo e Corrado diressero le sorti delle genti soggette al Ducato di Spoleto. Diaframma costantemente aperto tra il corpo urbano e quello rurale, Porta San Bartolomeo vide a poco a poco moltipllcarsi, intorno agli orti, locande e taverne, fucine e botteghe, mentre tra la rete di vicoli angusti si veniva creando una società nuova e più fervida, che presto, avrebbe dato vita al libero Comune. Aperta ogni giorno sullo scenario della vivace vita borghigiana, essa fu anche testimone di eventi politici eccezionali e la sua volta risuonò dello scalpitio dei cavalli e rimbombò pesantemente dei passi delle milizie di Federico II, Imperatore di Svevia, venuto a reclamare i suoi diritti sovrani su Coccorone. E fu 'arco trionfale', in quei giorni, per Tommaso d'Aquino Conte di Acerra, per Pier delle Vigne, per il magnifico seguito dei Dignitari illustri, per la superba Corte Imperiale. 'Porta Federico II' si chiamò da allora a gran voce ed ebbe scolpita sulla sua sommità da Magister Petrus una lapide marmorea in cui Leopardo, Podestà di Coccorone, solennemente sanava la sottomissione del suo popolo all'Aquila Imperiale e alla Croce Papale.
Discreta, ci addita, poco più a sinistra, il luminoso largo della 'Castellina'. Qui, non più viti scolpite sulla pietra, ma forti arbusti sarmentosi, creature vive, conservate dalla volontà attenta dell'uomo. Un ultimo sguardo al paesaggio, alla corona dei monti dietro cui si leva alto, il Vettore, alla campagna declinante verso il piano e per un sottopassaggio travagliato dal tempo, ripieghiamo a destra per una via silenziosa e raccolta come chi conserva ed accarezza un ricordo. È 'via de Vasari': sulle sue mura, come in una duecentesca sinopia, è scritto il continuo mutare del progetto dell'uomo, del suo sentimento di sé, delle sue aspirazioni. Le case vi si allineano quasi in processione silenziosa, si alternano a timidi orti coi muri di sasso e di calcina da cui sfuggono ombre di verde, a 'chiuse' da cui la vegetazione prepotente trabocca sul caldo laterizio rosato. Dietro le porticine dipinte di antico, flagellate dal sole e dal gelo di mille stagioni, s'indovinano le vigne generose di un tempo, di cui resta il ricordo in brevi filari di vite. In questo borgo, dove il connubio tra la vita dei campi e quella artigiana fu felice, le memorie si affollano e riprendono presto forma e sostanza. E lungo la piccola strada tortuosa su cui pesa il cielo, toma il cigolio dei carri provenienti dalla vicina cava dove l'argilla si preleva 'a misura', mentre il passo degli asini carichi di legna, diretti alla fornace dove 'cuociono' le terre, risuona cadenzato. Dappertutto vasi e brocche, catini e boccali: non di lucido rame, che è per le case dei ricchi, ma di umida creta, per quelle più umili, che sono tante. Con il bel tempo, disposti in file ordinate ad asciugare sulle piazzette assolate, con la pioggia, riuniti in alti castelli piramidali sotto i 'ponti' oscuri, che collegano le botteghe alle case. Non c'è abitazione che non abbia sotto di sé un 'fondo' in cui l'esperto 'vasaro', pedalando sul tornio di legno, continua a modellare le forme già consuete al padre. A metà via, la Chiesetta di Santa Lucia, dal tetto a capanna ed in pietra rosata d'Assisi; sulle pareti della sua piccola navata, schiere di Santi, modestamente dipinti, raccomandano le vie della salvezza e indicano quella del cielo. È assai più antica del borgo che le si è stretto intorno, e, tra i suoi beni, ha vigne di gran lunga le più rigogliose. Ogni giorno, secondo la regola, vi lavorano Benedettini operosi che ne ricavano il vino sacro per la Messa.
Oltre di essa, il borgo riprende ad assottigliarsi in strettoie di vicoli accessibili solo a pochi frammenti di luce o ad allargarsi su una minuscola platea sopra cui si intreccia il disegno contorto di una vigna centenaria, che assomiglia ad un giardino. La strada, scandita in bassi scalini consunti dal prolungato passare, riprende a discendere, dritta, verso Porta Camiano, una cornice sull'infinito verde della Vallata Umbra, che, mentre si offre allo sguardo, già dischiude gli spazi sconosciuti del sentimento. Gli occhi si distaccano con fatica dai colli ammantati di ulivi su cui spira, persistente, il mistico fervore dei "fraticelli de' povera vita", seguaci umilissimi di Francesco, che vi ebbero regola e dimora. Qui si comprende per intero l'intima natura di Montefalco, fatta di umiltà, rigore, forza, di tenaci legami con la terra, da sempre la sua vocazione.